Il bicameralismo paritario è il male assoluto?

Il bicameralismo paritario è il male assoluto?

Riceviamo e pubblichiamo il contributo di “Cittadinanza attiva” sul tema della riforma costituzionale

E’ ormai noto, comunque la si giudichi, che la riforma costituzionale riguarda diversi argomenti, non sempre correlati: basti dire che viene modificato ben un terzo degli articoli. Vogliamo iniziare l’approfondimento di merito utilizzando come filo conduttore il titolo scelto dal governo per la riforma stessa, del quale oggi tratteremo il primo punto: il “superamento del bicameralismo paritario”.

Con questa dicitura si intende la differenziazione della competenza legislativa tra le due Camere, e l’attribuzione del voto di fiducia sul governo alla sola Camera dei deputati. Quali benefici dovrebbe portare? Sembrerebbe logico condividere quanto affermato dai sostenitori della riforma: i benefici consistono nell’abbreviare i tempi legislativi e nell’aumentare la stabilità di governo.

Purtroppo i dati reali smontano le aspettative di grandi miglioramenti. Come certifica Openpolis, associazione indipendente specializzata in analisi statistica, gli attuali tempi di approvazione delle leggi sono mediamente di 151 giorni per le leggi di iniziativa governativa (le più importanti e la grande maggioranza: 80,4%) e di 375 giorni per le leggi di iniziativa parlamentare; il dato più interessante è che il tempo minimo è stato di soli 13 giorni… per l’approvazione del Trattato europeo salva-banche. E’ invece l’ufficio comunicazione del Senato a farci sapere che in tre anni sono state approvate 231 leggi, non sono poche.

La realtà è che la difficoltà nell’approvare alcune leggi deriva semplicemente dai disaccordi all’interno della maggioranza di governo, disaccordi che però spariscono quando si tratta di votare la fiducia all’esecutivo: in tal caso, di fronte all’eventualità di interrompere la legislatura e perdere il seggio, i parlamentari di maggioranza ritrovano una totale armonia… per il bene dell’Italia, si intende. Di fatto, nell’intera storia repubblicana solo due volte un governo è stato “sfiduciato”: non pare un rischio di instabilità così incombente.

Ecco quindi che risulta del tutto propagandistico attribuire effetti miracolosi a questo aspetto della riforma. Ma attenzione: lo scenario diventa inquietante se abbiniamo ai poteri esclusivi attribuiti alla Camera una legge elettorale costruita per rendere blindata la maggioranza rappresentata dal solo partito vincitore delle elezioni, guarda caso proprio quello che il governo si è premurato di fare con il cosiddetto “Italicum”. Ipotizzare che dietro al superamento del bicameralismo paritario si nasconda una volontà antidemocratica non è dunque essere maliziosi, ma semplicemente avveduti.

Sarebbe saggio affermare che numero, composizione e funzioni delle Camere vanno analizzati nel loro complesso e senza dimenticare le relazioni con gli altri poteri dello Stato: non esiste una ricetta ottimale e tutte le nazioni si differenziano in qualche particolare, per cui è fuorviante citare questo o quel modello. Qualche esempio? Il bicameralismo paritario è in vigore negli Stati Uniti (tuttavia la figura del Presidente è ben diversa dalla nostra, tanto per citare una differenza). Per contro, a chi cita Germania e Francia possiamo rispondere che in Germania (uno Stato federale) il Senato è composto da membri dei governi dei Länder, e dunque da rappresentanti del potere esecutivo; in Francia, il Senato è composto per oltre un terzo da eletti senza altri incarichi locali, e a partire dalle prossime elezioni sarà vietato a un deputato o a un senatore di essere contemporaneamente anche sindaco o presidente di Consiglio regionale. Aggiungiamo che in Francia sussiste il bicameralismo paritario per quanto riguarda l’attività legislativa.

E allora, vogliamo abbandonare il bicameralismo paritario? Possiamo farlo, ma perché tenere un Senato di persone a mezzo servizio (sono anche sindaci o consiglieri regionali), perché assegnare loro compiti lontani dalla loro competenza (spetta anche al Senato decidere su rapporti con l’UE, leggi costituzionali, tutela delle minoranze linguistiche), perché non fare eleggere i senatori dal popolo? E soprattutto, perché il Senato non deve poter “togliere la fiducia”? Forse perché, non essendo eletto attraverso l’ “Italicum”, c’è il rischio che la maggioranza non sia controllata dal partito di governo? Solo se i sostenitori della riforma daranno risposte a questi interrogativi potranno convincerci che il “superamento” del bicameralismo paritario, così come proposto, abbia un senso.

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